Saper mediare è un’arte sottile, fatta di ascolto, intuizione e capacità di leggere ciò che accade dentro e fuori di noi. Una competenza che per molti adulti è già complessa… figuriamoci per un bambino autistico, che spesso fatica a riconoscere emozioni e bisogni, propri e altrui.
Il loro mondo interiore è ricco, ma anche pieno di stimoli difficili da decifrare: regole sociali non scritte, sfumature emotive, convenzioni che a noi sembrano ovvie ma per loro sono ostacoli concreti. È per questo che la relazione con gli altri può diventare un terreno scivoloso, poco gratificante o, talvolta, quasi inesistente.
E allora: chi può fare da ponte tra questo mondo complesso e il bambino?
Molto spesso, noi genitori.
Come vive davvero un bambino autistico le relazioni?
Molti bambini nello spettro tendono a rivolgere il proprio sguardo più verso l’interno che verso l’esterno. Non perché non provino affetto o desiderio di contatto, ma perché ciò che accade attorno è difficile da interpretare. Ogni ambiente, ogni interazione, ogni sfumatura sociale richiede loro uno sforzo extra, continuo.
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Perché i genitori diventano i primi mediatori?
Da quando ci accorgiamo delle prime difficoltà -talvolta ancora prima della diagnosi- ci ritroviamo a tradurre, filtrare, spiegare. Mediando tra il mondo e nostro figlio, e tra nostro figlio e il mondo.
È un compito costante e faticoso:
- da un lato desideriamo proteggerlo da frustrazioni e sofferenze,
- dall’altro sappiamo che dovrà imparare, passo dopo passo, ogni singola convenzione necessaria per muoversi tra gli altri.
Dove gli altri bambini sviluppano la mediazione in modo spontaneo e graduale, ai nostri serve un accompagnamento concreto, quotidiano, contestuale.
Come si insegna qualcosa che per altri è naturale?
Non possiamo limitarci all’astrazione. Dobbiamo spiegare “qui si fa così”, “quando accade questo puoi rispondere in questo modo”, “in questa situazione è meglio aspettare”. Un lavoro minuzioso, che richiede pazienza e presenza.
E forse non capiranno mai del tutto il “perché profondo” delle norme sociali.
Però potranno imparare a gestire le situazioni, a trovare uno spazio possibile, a non sentirsi spaesati.
E noi genitori… cosa proviamo mentre mediamo?
Ecco un punto spesso taciuto ma fondamentale: anche noi siamo chiamati a un’enorme mediazione interiore.
Ogni giorno teniamo insieme due realtà:
- il sogno naturale di ogni genitore—vedere il proprio bambino felice, sicuro, realizzato;
- e la verità quotidiana—la fatica, le conquiste che arrivano con il triplo dello sforzo, il passo più corto ma più intenso.
Mediare significa anche accettare questa doppia verità, senza perdere né la speranza né la concretezza.
Non è proprio questa la forma più pura di mediazione?
Tra ciò che vorremmo e ciò che è.
Tra ciò che sentiamo e ciò che serve.
Tra il mondo e nostro figlio.
È un lavoro silenzioso, che nessuno vede davvero. Ma è anche una delle prove più profonde e amorevoli della genitorialità.
Ed è grazie a questa presenza costante, paziente e forte che molti bambini nello spettro trovano il loro modo di stare nel mondo, passo dopo passo, senza sentirsi soli.

FRANCESCA DELMONTE
presidente "Comitato Autismo 365"
CONTATTI web: autismo365.it
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