Quanto tempo passano online i nostri figli… e cosa succede nel frattempo?
In Italia, oltre 35 milioni di persone sono iscritte ad almeno un social. Il 98% degli accessi avviene da smartphone: ciò significa che è facilissimo entrare e restare connessi costantemente, ovunque ci si trovi. Per i ragazzi, saltare da TikTok a Instagram o YouTube è naturale quanto respirare.
Ma questo tempo trascorso online non è neutro. Ogni secondo, ogni clic e ogni interazione viene tracciata, analizzata e trasformata in profitto dalle piattaforme. Più un ragazzo resta connesso, più viene esposto a contenuti selezionati ad hoc per mantenerlo lì. E qui nasce il primo problema.
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Il primo effetto collaterale è la creazione di una bolla su misura. Se tuo figlio si interessa a un tema – anche innocuo – l’algoritmo comincerà a proporre contenuti simili, in un ciclo continuo che isola da visioni diverse. Questo può sembrare un vantaggio, ma in realtà costruisce una realtà parziale e distorta, difficile da riconoscere come tale, soprattutto durante l’adolescenza.
Dietro ogni suggerimento di contenuto non c’è casualità, ma un sistema pensato per aumentare il tempo online. E il prezzo lo paga l’utente: meno senso critico, meno contatto con la realtà e più dipendenza.
Il secondo pericolo è più sottile ma altrettanto dannoso: la definizione di bellezza e normalità viene alterata. Un adolescente che misura il proprio valore in base ai like ricevuti vive una pressione costante. Una ragazza ha detto in TV: “Mi sento brutta se la mia foto non ottiene abbastanza like in pochi minuti”.
Il like, il cuoricino, il pollice in su: sono diventati nuovi metri di giudizio, spesso l’unico. Eppure arrivano da utenti sconosciuti, che non conoscono nulla di chi c’è dietro quella foto. Questo meccanismo crea insicurezza, alimenta ansia sociale e riduce l’autostima a numeri vuoti.
Demonizzare i social non serve. Non sono il “male”, ma strumenti. Come ogni strumento, tutto dipende da come lo si usa. Proibire o controllare rigidamente non funziona se prima non insegniamo come funzionano davvero queste piattaforme.
In un mondo iperconnesso, educare al digitale è una priorità assoluta. I ragazzi devono sapere che esiste un meccanismo dietro ogni contenuto che vedono, e devono imparare a riconoscere i segnali di disagio. Solo così potranno usarli con consapevolezza, senza subirli.
E noi adulti? Dovremmo imparare anche noi?
Sì. Accompagnare i figli significa anche mettersi in gioco, conoscere ciò che usano e parlarne apertamente. Introdurre a scuola una vera educazione digitale non è solo utile per i ragazzi, ma anche per noi. Perché comprendere questi strumenti significa poter scegliere, non subirli.
I social non vanno evitati. Vanno capiti, vissuti con consapevolezza e condivisi in famiglia. È lì che si costruisce il vero antidoto: la relazione.
Per approfondire : Come aiutare i nostri figli a non perdersi nel mondo digitale? 3 strategie educative per genitori consapevoli - Bambini e Genitori oppure Diritti dei minori nei mondi virtuali | Plasmare il futuro digitale dell'Europa

MATTEO GIANNIELLO
consulente privacy e cybersecurity specializzato
in ingegneria sociale
CONTATTI web: thegentlecompany.com
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