Come insegnare il valore del tempo?
Hai mai provato a spiegare a tuo figlio cosa significa “tra poco”?
Per un bambino piccolo, e ancor più per un bambino autistico, il concetto di tempo è qualcosa di astratto, difficile da comprendere. Dire “tra cinque minuti” o “aspetta un attimo” può non avere alcun significato, e spesso porta a frustrazione, pianti o comportamenti impulsivi.
Perché per un bambino autistico il tempo è così difficile da capire?
La capacità di “attendere” nasce dalla possibilità di rappresentarsi mentalmente il tempo che passa.
Un bambino autistico, però, ha una limitata capacità di astrazione: vive nel “qui e ora”.
Per lui, cinque minuti o un’ora sono la stessa cosa — un intervallo indefinito e quindi incomprensibile.
Ecco perché, se gli diciamo “aspetta cinque minuti e poi ti prendo le patatine”, può capitare che vada a prendersele da solo: non per disobbedienza, ma perché il bisogno immediato prevale su tutto il resto.
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Cosa succede quando il bambino non riesce a esprimere il proprio bisogno?
La difficoltà cresce nei bambini non verbali, che non riescono a comunicare fame, sonno o noia.
Quando non vedono soddisfatto il loro bisogno — e non riescono a comprendere che arriverà “dopo” — possono reagire con crisi di pianto, urla o comportamenti aggressivi.
Non è capriccio, è disperazione: è la fatica di chi non ha ancora gli strumenti per attendere.
E noi genitori? Quanto siamo chiamati ad attendere?
Se ai nostri figli manca la capacità di aspettare, noi genitori sembriamo averne fin troppa.
La nostra vita, spesso, è una lunga attesa.
All’inizio aspettiamo che il nostro bambino parli, che si giri quando lo chiamiamo, che ci guardi negli occhi. Poi, attendiamo la diagnosi, e subito dopo — con speranza e paura — l’inizio di un percorso di aiuto.
Ma le chiamate tardano, le liste d’attesa si allungano, e i mesi passano.
Quando la pazienza diventa esasperazione, molte famiglie decidono di agire da sole, affrontando percorsi privati, faticosi e costosi, pur di non fermarsi.
L’attesa può diventare speranza?
Sì, perché ogni genitore sa che dietro ogni attesa c’è un sogno: vedere il proprio figlio stare meglio, comunicare, sorridere, crescere.
È questa la più grande attesa di tutte — quella che dà senso ai giorni e forza ai momenti difficili.
Come scriveva Cesare Pavese:
“Aspettare è ancora un’occupazione. È non aspettare niente che è terribile.”
Ed è proprio in questo “aspettare attivo”, fatto di cura, fiducia e presenza, che ogni genitore trova il proprio coraggio.
Insegnare l’attesa a un bambino autistico è difficile, ma possibile.
Con strumenti visivi, routine prevedibili e piccoli passi quotidiani, il tempo può diventare un alleato, non un nemico.
E mentre loro imparano ad attendere, noi impariamo a sperare con loro.
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FRANCESCA DELMONTE
presidente "Comitato Autismo 365"
CONTATTI web: autismo365.it
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