Educazione affettiva: la prima urgenza è formare gli adulti

«Genitori e insegnanti devono smettere di essere in contrapposizione, di scaricarsi il barile gli uni con gli altri».

Raggiungiamo Maria Rita Parsi a pochi giorni dal ritrovamento del corpo di Giulia Cecchettin, l'ennesima vittima di femminicidio italiana. La psicoterapeuta è stanca: «Ho 76 anni e ripeto dagli anni Settanta, inascoltata dalle istituzioni, le stesse cose. Sono furibonda: la scuola va rimessa al centro perché, dopo la famiglia, è la seconda agenzia educativa e deve far da ponte fra questa e il territorio».

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Mentre sta scrivendo il libello La colpa è sempre di Eva, Parsi più che di educazione affettiva da introdurre per legge negli istituti di ogni ordine e grado preferisce parlare di «educazione diffusa» e di «comunità educante». «La scuola va trasformata in centro culturale polivalente aperto dalla mattina alla sera e dotato di biblioteche e poli museali», è la sua convinzione. La grande priorità è, però, la formazione dei formatori. «Prima di introdurre nuove materie – suggerisce –, andrebbero formati gli adulti.

Professoressa, come si formano i formatori?

«Le migliori menti del Paese dovrebbero mettersi al servizio di una rivoluzione contro l'incompetenza che governa situazioni ancora troppo diffuse di arretratezza patriarcale, sessofobica e razzista. Servono competenze quali l'empatia, l'intelligenza emotiva perché i bambini si rispettano nella misura in cui vedono che gli adulti lo fanno e perché è necessario adeguare queste competenze al mondo che cambia.

Ecco perché resto convinta che, come indica da tempo la Fondazione Mondo Bambino Onlus, di cui sono presidente, all'interno della scuola, da quella dell'infanzia fino a quella secondaria di secondo grado, dovrebbe essere stabilmente presente una équipe medico-socio-psicopedagogica collegata, in modo interattivo e interdisciplinare, a tutte le realtà sanitarie, educative, culturali, assistenziali, sociali, antropologiche, filosofia e artistiche del territorio.

L'obiettivo sarebbe quello di supportare e contribuire ad amplificare le competenze degli insegnanti, dei genitori e degli allievi, prevenendo così i segnali del disagio dei minori e favorendo la cura di possibili devianze e dipendenze».

Cos'altro servirebbe accanto a questa équipe?

«Servirebbe un presidio di ascolto, magari video-audio, collegato con le famiglie e con la rete educante di cui dicevo e che abbia anche il ruolo di costruire delle linee guida condivise per vigilare, per esempio, sul rapporto che i minori hanno con il web o con altri protagonisti virtuali come Alexa a cui chiedono addirittura aiuto per i compiti».

E cosa propone ai ragazzi una scuola aperta tutti i giorni fino all'orario di cena?

«Se nelle ore mattutine lo spazio è per le lezioni curriculari; il pomeriggio dovrebbero essere attivi laboratori creativi e interdisciplinari di musica, pittura, teatro, cinema, fotografia, produzione di video, sport, danza, lettura, scrittura, poesia in stretta connessione con gli enti culturali, i mass media e il mondo delle imprese. Partendo dal mondo immaginario, già ai più piccoli si potrebbe proporre l'educazione alle emozioni, alle relazioni e alle differenze come prevenzione della violenza di genere o del bullismo. O ancora: l'educazione alla sessualità, alla salute mentale, al rispetto dell'ambiente, l'educazione digitale e alla legalità, ma anche un po' di economia e orientamento al lavoro. Le scuole dovrebbero essere dotate di refezione scolastica, per permettere a tutti la continuità delle attività».


La prima agenzia educativa è la famiglia. Come i genitori possono trasmettere il valore del rispetto ai propri figli?

«La famiglia, che è profondamente mutata, resta il primo luogo in cui si imparano le regole della convivenza e la cura per gli altri e per il mondo esterno. Il rispetto è una ripetizione dell'esempio ricevuto».

Dove nasce il rispetto?

«Dal rispetto ricevuto e percepito, dall'autonomia concessa. Chi è stato trattato con amore, sarà in grado di donarlo. Non essere ascoltati o non essere oggetto di sufficienti attenzioni produce non solo il non rispetto per gli altri, ma anche la sottovalutazione di se stessi. L'educazione è accorgersi dell'altro».

ALESSANDRA TESTA
giornalista, direttrice responsabile Rivista Etica "Genitori"

CONTATTI e-mail: redazione@bambiniegenitori.it

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