«Il tempo è scaduto» o «avevamo fatto un accordo e i patti si rispettano», sono ormai le frasi ripetute quasi ogni giorno a mo’ di mantra da ogni genitore di oggi, io compresa.
E poi tanti «bla, bla, bla» e consigli non richiesti. Se esco da me stessa e mi guardo dall'alto, fatico a sopportarmi. Ma s’ha da fare. La parte della “cattiva” può salvare, mi illudo, il potenziale bullo o cyber tale che alberga in ogni ragazzino.

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La capacità di porre dei limiti è forse la prima caratteristica che deve imparare a fare propria un genitore.
A dir sempre «sì» siamo capaci tutti, il contrattare è un po' più faticoso, ci dicono da anni i nostri compagni di viaggio Paolo Crepet, Maria Rita Parsi e Alberto Pellai.
«Eh, ma io voglio essere amico/a di mio figlio/a». No, ci spiace, gli amici sono a scuola, al parco, ad allenamento, proseguono gli esperti. Di te si deve fidare, a costo di vederlo/a sbuffare un giorno sì e l'altro pure.
Individuare delle regole, possibilmente insieme, genitori e figli, non vale solo per l'uso della tecnologia; è un metodo che responsabilizza. Noi e loro.
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La tecnologia è ormai pervasiva sì, ma non è la causa di tutti i mali. E qui la mia partecipazione, lo scorso giugno, alla fiera R2B di Bologna è stata illuminante. Al Salone Internazionale della ricerca e delle competenze per l'innovazione non c'erano solo ingegneri o geni dell'elettronica, ma anche tanti umanisti: architetti, urbanisti, economisti, giuristi, storici, psicologi, artisti, sociologi e filosofi che, come ricorda il direttore del Mit Senseable City Lab di Boston Carlo Ratti, hanno il cruciale compito di dare un'anima all'innovazione, calandola nelle città e, dunque, nella nostra vita quotidiana. Senza trasformarci necessariamente in vittime delle Big Tech.
Il primo relatore che ho intervistato, il teologo e professore di etica della tecnologia alla Pontificia Università Gregoriana Paolo Benanti, per esempio, ha ribaltato in un attimo tutte le mie idiosincrasie: «Per governare l'intelligenza artificiale basterebbe imparare a limitare la stupidità naturale», mi ha rasserenato.
«È necessaria un'educazione digitale che ci insegni a cogliere le opportunità offerte dagli algoritmi, scartandone le degenerazioni», ha aggiunto Helga Nowotny, 86enne e docente emerita di studi sociali della scienza al Politecnico federale di Zurigo. La famosa selezione di cui sopra.
Per approfondire il tema "educazione digitale" puoi leggere Piano nazionale scuola digitale - MIM e Navigare l’educazione nell'era digitale: equilibri e sfide - Bambini e Genitori
Solo la formazione, possibilmente continua per star al passo con i rapidi cambiamenti della società, può rendere, infatti, ogni innovazione umanamente sostenibile e trasformare la dipendenza in libertà di scegliere.

ALESSANDRA TESTA
giornalista, direttrice responsabile Rivista Etica "Genitori"
CONTATTI e-mail: redazione@bambiniegenitori.it
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