Un “sano egoismo” aiuta a scegliere?

Il leitmotiv di ogni essere umano è la condanna a scegliere, da quando nasce a quando muore. Sono infatti le scelte a dare il ritmo alle nostre esistenze e ad orientarle nelle direzioni più disparate.

L'ambito della scelta

Non abbiamo potuto scegliere se nascere, o se astenerci, ma possiamo scegliere se generare un figlio oppure no; ricordando che anche la scelta di non scegliere deliberatamente affidandosi al destino è una scelta dei tratti ben definiti.

Ci troviamo costantemente di fronte a un bivio con opzioni diverse, capaci di trasferirci in scenari antitetici senza un ponte che li colleghi.

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Scelta giusta o sbagliata?

Dando per scontato il presupposto che non esistano scelte giuste o scelte sbagliate, la questione si sposta immediatamente su un piano squisitamente personale e soggettivo nel momento in cui, in seguito ad una qualunque scelta, un figlio viene catapultato nel mondo.

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Il quesito amletico

Il fisiologico disorientamento che ogni genitore si trova ad affrontare osservando le prime volte il debuttante ominide è costellato da dubbi sul da farsi, dal momento che l’equilibrio precedente si è rotto; anche per i più fortunati che percepiscono l’arrivo del neonato come un incommensurabile dono del cielo, i quesiti amletici sono inevitabili e danzano su un continuum che va dalle questioni più operative, a quelle più esistenzialiste.

Un mare di dubbi

I dubbi pratici che più spesso attanagliano i neogenitori recitano più o meno così: “riuscirò ad allattarlo? Se sì, per quanto tempo? Sarà preferibile che io mi adatti alle sue richieste, o piuttosto che sia lui ad adeguarsi alle mie? A partire da quale età potrò portarlo all’asilo? O mi converrebbe lasciare che siano i nonni a farne le veci? Quanti secondi dovrò aspettare prima di prenderlo in braccio quando piange?”.

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Le questioni vitali

Le questioni più vitali, invece, hanno nella maggioranza dei casi questo suono: “E adesso come cambierà la mia relazione di coppia? Sarò in grado di aiutarlo a crescere sano e forte? Si accorgerà di tutte le mie fragilità? Riuscirò a non trasmettergli le mie ansie e le mie insoddisfazioni? Sarò capace di educarlo donandogli tutto quello che mi è mancato ed evitandogli tutto ciò che mi ha ferito? Saprò gestire i suoi turbamenti, i suoi capricci, le sue ribellioni e le sue indecisioni? Saprò aiutarlo a compiere le scelte più opportune, fungendo da guida sicura? Potrò vincere la competizione agguerrita con modelli di riferimento insani e ben più energici del mio? Saprò trasmettergli un amore intenso, autentico ed incondizionato senza tarpargli le ali, ma senza iper-proteggerlo?”.

Le scelte bussano alla porta mentale di un genitore fin dal primo istante in cui si ritrova ad assolvere il suo compito di Cicerone in questo mondo. Ma come avviene il processo decisionale in quei momenti? Qual è il traino più potente nel compiere le scelte educative? La questione è tanto delicata quanto interessante.

Quasi sempre le scelte dei neoincaricati familiari sono emotive, sia nel caso in cui siano imposte dagli ormoni in tilt, sia nel caso in cui assumano i connotati di precauzioni controllanti e iper-razionali. Il loro substrato è spesso dominato dalla paura di essere inadeguati, o dal dolore che le loro ferite di bambini/ragazzi/adulti procurano ancora perché non rimarginate. In questi casi le scelte sono fortemente contaminate da emozioni ingombranti ed ingarbugliate, in quanto gestite come nemiche e non come alleate.

Le emozioni

Quando siamo preda delle nostre emozioni è certamente più difficile intravedere cosa è meglio per noi e, di conseguenza, per nostro figlio. Già, perché oltre ad accettare la scelta come compagna di viaggio inevitabile, dobbiamo rassegnarci all’evidenza che per far stare bene i nostri figli è indispensabile che stiamo bene noi.

Voglio spiegare meglio questo aspetto: il nostro benessere non può garantire matematicamente il benessere dei nostri figli, ma pressoché matematico sarà il loro malessere nel caso in cui noi genitori ci troviamo in una condizione di tristezza di rabbia cieca o di tangibile frustrazione che fatichiamo a gestire.

Esiste una "ricetta"?

Non esistono ricette magiche o elisir di benessere sicuri, ma il sano egoismo può aiutarci a considerare il nostro compito genitoriale come un pezzo del puzzle esistenziale. Un pezzo fondamentale, ma non l’unico. Già questo ridimensionamento del ruolo che rivestiamo e delle aspettative che abbiamo nei confronti di noi stessi concorrerà a rendere più piacevole la responsabilità che abbiamo nei confronti del nostro pargolo.

Il sano egoismo. Ma di cosa si sta parlando?

Per sano egoismo intendo l’abilità di anteporre i propri bisogni e desideri a quelli altrui, nuovo nato incluso. Ben lontano dal menefreghismo, questo atteggiamento prevede di perseguire ogni occasione di benessere come priorità, per poi poter essere più disponibili ed accoglienti nel soddisfare le esigenze altrui. Soprattutto quelle dei nostri figli. Per fare qualche esempio concreto, si tratta di dedicarci al miglioramento delle nostre competenze professionali, per sentirci più a nostro agio con noi stessi e per poter dedicare amore di qualità a nostro figlio, proprio perché impregnato di appagamento. Lo stesso vale per la frequentazione di persone stimolanti, per la continuazione di hobby divertenti o appassionanti, per il mantenimento di spazi esclusivi e quotidiani da dedicare a noi stessi e alla cura del nostro corpo, della nostra mente e del nostro spirito.

Il sano egoismo è la scelta più altruistica che possiamo fare nei confronti dei nostri figli, che assorbiranno un imprinting caratterizzato da una danza armonica tra la dedizione verso noi stessi e la premura verso di loro; e questa danza di reciprocità tra noi e la nostra progenie sarà tanto più plastica quanto più sarà accordata con il nostro partner, a prescindere dalle intenzioni della coppia.

Anzi, la direzione comune dell’orchestra familiare potrà divenire un mezzo funzionale per cementare l’unione e per creare una nuova omeostasi che possa consentire a tutti i musicisti di evolvere.

Un figlio è da considerarsi un metaprogetto che ci unisce indissolubilmente e per sempre all’altra persona che ha compartecipato alla scelta; per questo motivo l’accordo educativo sinergico è un’occasione d’oro per omaggiare la propria parte di responsabilità e le scelte che comprende. Ed è un’occasione d’oro per trasformare l’onere educativo in Onore.

LARA VENTISETTE
psicologa, psicoterapeuta, fondatrice del metodo PsicoStyling®, docente presso il Centro di Terapia Breve Strategica, insegnante di Yoga

CONTATTI web: laraventisette.com

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