Educare i figli al successo emotivo: tattiche per vincere il bullismo

È da noi adulti che imparano il linguaggio della violenza, dell’odio, dell’aggressività… dobbiamo comprendere che siamo noi che diamo l’esempio.

E ancora troppo pochi si preoccupano di cercare un dialogo, di cambiare modo di fare scuola, di comprendere. Si pensa alle punizioni "esemplari" da dare e si crede che solo così si porrà argine a questo "fenomeno".

Un esempio per tutti

Ricordo che un giorno ho trovato dei ragazzi che prendevano a calci nei bagni un loro compagno. Anche se non erano alunni della mia classe li ho fermati e ho chiesto loro cosa aveva fatto per essere preso a calci.  “Niente”, mi hanno risposto. “Allora perché lo picchiate?”, “Così, per divertirci, scherzavamo”.

Il ragazzo maltrattato si è alzato e ha confermato la versione dei compagni: “stavamo solo giocando”, mi ha detto con la tristezza negli occhi.

Tra di loro i ragazzi non sono abituati, se nessuno glielo insegna, ad ascoltarsi, a soccorrersi.

Si giudicano per come vestono, per come riescono nei giochi, per la simpatia o antipatia che suscitano, per l’aspetto fisico, oggi, più che mai, per la propria provenienza.

L’aggredire l’altro è normale, prenderlo in giro, insultarlo è uno “scherzo”, non hanno coscienza di quanto fanno male. E’ quotidiano prendere di mira qualcuno, farlo oggetto di scherzo senza accorgersi quando si supera il limite di sopportazione che l’altro può sostenere. Non sanno, soprattutto, dare risposte del loro comportamento, non sanno quindi cosa vuol dire “essere responsabili”.

L'immagine è composta da tanti cerchi luminosi di differenti colori che si fondono fra loro e rappresenta idealmente l'unione e il sostegno della Community Etica di Bambini e Genitori

Il compito di noi adulti

E’ compito di noi adulti far comprendere la differenza tra scherzo e offesa, tra divertimento e aggressione dell’altro, far notare che ciò che noi soffriamo è sofferenza anche nell’altro, che la sensibilità può essere diversa, che qualcuno può essere più vulnerabile.

Sta a noi parlare di sentimenti, di emozioni, ma forse anche noi abbiamo perso questi valori, forse anche noi non ne siamo più capaci.

Sta a noi educarli a "dare risposte", a essere responsabili dei loro comportamenti non per “punirli”, ma per far loro prendere coscienza di quanto ogni piccolo gesto può far del bene o del male.

Per renderli partecipi della vita degli altri, per aiutarli a sentirsi "individui" tra altri "individui" e non parte di un gruppo in cui comanda chi alza più la voce per farsi sentire.

E’ un lavoro lungo, continuo, attento, quotidiano.

Troppo spesso liquidiamo questi comportamenti con un "sono solo ragazzate" o "una sospensione", due estremi che nulla hanno a che fare con il lavoro di educazione alla responsabilità e all’affettività.

I bambini sono sempre più immaturi affettivamente, sempre meno sanno decifrare le loro emozioni, sanno parlare dei loro sentimenti e delle loro paure.

Il tempo di parlare e stare con loro

Sempre meno di noi lo hanno. E’ importante allora creare spazi dove i ragazzi possano parlarsi, rispondere delle loro azioni, raccontare le loro difficoltà, spazi dove si impari l’ascolto, il dialogo, il confronto. Come dice Lacan: "Aprire spazi, margini perché abbia luogo quell’apertura che noi siamo, perché l’apertura possa darsi e lì allora darsi la parola".

Uno spazio dove si impara ad ascoltare se stessi e ascoltando se stessi si possa imparare anche ad ascoltare gli altri. Ma bisogna che prima di tutto i bambini, i ragazzi sentano che l’insegnante è lì per “prendersi cura” di ognuno di loro.

A cura della Redazione,
liberamente tratto DA QUI


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