Figli iperconnessi? Impariamo il loro linguaggio!

«I giovani vivono un mondo virtuale che corre parallelo a quello reale, nel quale “abitano” fantasie, bisogni, problemi, ricerche e che li informa più della scuola».

La psicoterapeuta Maria Rita Parsi tira fuori dal cassetto un libro che aveva scritto insieme allo psicopedagogista Nicolò Pisanu nel 2010: Il mio avatar non muore mai - Essere adolescenti agli inizi del Terzo Millennio. E rivolge  un invito a noi genitori.

«Quella tecnologia – che i nostri figli, nativi digitali, sanno usare meglio di noi e che rischia di amplificare il loro immaginario, isolarli o trasformarli in cyberbulli – è stata creata dalla nostra generazione di adulti.

Ecco perché dobbiamo tornare a formarci, per aderire a questa nuova modalità comunicativa che, paradossalmente, non siamo in grado di controllare. Se vogliamo incontrare le nuove generazioni, che ancora riconoscono la famiglia come principale punto di riferimento, dobbiamo ritrovare le nostre parole di educatori, adeguandone sostanza e contenuto alla forma del loro linguaggio».

Lo scorso giugno ha ricevuto in Val Trompia il Premio internazionale di Filosofia/Filosofi lungo l'Oglio per il libro Manifesto contro il potere distruttivo, che presto verrà tradotto in Germania. Il mondo digitale è un potere distruttivo?

«Anche la rete, naturalmente, ha i suoi pro e i suoi contro. Fra i contro c'è la dipendenza che, negli adolescenti, può assumere connotati pericolosi. Se la società tutta (famiglia, scuola e mondo della cultura, dello sport e della legalità) non prende atto dell'utilizzo ipermaniacale che stiamo facendo del web, il rischio è che la libertà digitale porti ad una sottovalutazione della differenza fra violenza virtuale e violenza reale. Bisogna comprendere che una libertà senza freni, senza regole di accesso e fruizione, non è una vera libertà ma una sua banalizzazione».

Come si governa una tale anarchia?

«Serve un'educazione digitale. Sto scrivendo un decalogo sull'uso virtuoso del virtuale che si rifà alla cosiddetta Carta di Alba. La Carta di Alba è un codice di comportamento per l'uso consapevole dei nuovi media. Nata nel 2008 da una collaborazione fra la Fondazione Movimento Bambino e la Fondazione Ferrero, tutela i minori da Internet. Già allora, 15 anni fa, segnalavamo che un bambino poteva finire imprigionato se sedotto dalla rete. Solo 10 anni dopo, con il libro Generazione H avevo messo sotto la lente la sindrome di Hikikomori, il fenomeno degli adolescenti ritirati che spaventava il Giappone e che progressivamente è stato esportato anche qui. Se gli toglievano il virtuale, questi ragazzini avevano reazioni equiparabili alle crisi di astinenza dei tossicodipendenti. Un campanello d'allarme che la comunità educante non ha ascoltato».

Che fare allora? È già troppo tardi?

«Siamo diventati una società di spioni e di spiati. Questa tendenza va assolutamente fermata. L'uso razionale della rete richiede un'assunzione di responsabilità. Serve formare adulti e studenti all'uso corretto del digitale.

Preferibilmente nelle scuole, che si devono attrezzare in maniera adeguata.

Va prevista una legislazione ad hoc, un codice deontologico con una commissione disciplinare, che limiti e sanzioni i gestori delle piattaforme per evitare gli effetti dannosi di un'invenzione straordinaria che potrebbe, e lo abbiamo  sperimentato durante la pandemia, creare solo utili facilitazioni alle nostre esistenze.

Infine, riflettiamo sul fatto che il mondo virtuale va a compensare, in uno spazio altro, l'angoscia di morte: una morte che va accettata e a cui, al contrario, bisogna prepararsi. Non certo tramite le immagini surreali o violente proposte dai nostri telefonini e che hanno aumentato a dismisura i disturbi dei nostri ragazzi e la loro insicurezza. Siano gli adulti a dare l'esempio: riponiamo nel cassetto i nostri smartphone almeno a tavola o quando abbiamo tutti i nostri cari a portata di serenità».

ALESSANDRA TESTA
giornalista, direttrice responsabile Rivista Etica "Genitori"

Contatti: redazione@bambiniegenitori.it


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