«Smettiamo di raccontare l'adolescenza come un'età malata! È una fase della vita fantastica, meravigliosa e che non è necessariamente indice di malattia, anzi è vero proprio il contrario».
Stefano Vicari, tra i più apprezzati professionisti del settore si ribella a questa immagine ormai stereotipata dei bambini e dei ragazzi in crescita, descritti come violenti e affida questo suo imbarazzo alle pagine della rivista etica Genitori Magazine, che lo ospita per la prima volta.
«Mi occupo di adolescenti che hanno disturbi mentali, ma questi rappresentano solo il 19% della popolazione. Esiste anche un 80% di ragazzi, dunque la maggioranza, che sta bene, sana, che non ha bisogno di interventi particolari, nonostante noi. Gli adulti».
Coltelli nello zaino, aggressioni. I media riportano un aumento spropositato della violenza giovanile.
I ragazzini di oggi sono davvero più aggressivi?
«La realtà non va negata e dovremmo acquisire una maggior consapevolezza sul fatto che questo è un fenomeno che esiste, e che ha attraversato un po' tutte le generazioni. Ogni epoca ha certamente delle frange di adolescenza che vivono il proprio disagio, con sofferenza ed esprimendo purtroppo violenza. L'amarezza sta però nel modo con cui la società pensa di affrontare questa emergenza. Per ora l'unica risposta del governo è stato il decreto sicurezza».
Prof. Vicari, cosa propone?
«Lo scorso marzo con Massimo Ammaniti e Vittorio Lingiardi abbiamo redatto il “Manifesto: non lasciamo sole scuola e famiglie di fronte alla violenza dei ragazzi”, un documento di riflessione che evidenzia come di fronte al disagio giovanile sia necessario un approccio preventivo e strutturale, spostando il focus dal mero punire o militarizzare a un intervento educativo e psicologico. Bisogna prevenire questi atti di violenza tramite un'alleanza, fornendo strumenti affinché genitori e scuola possano essere educatori efficaci.
Sarebbe utile una scuola aperta 12 mesi all'anno che si occupi non solo di materie e prestazioni, ma anche di educazione al confronto, al dialogo, alla possibilità di rimanere ognuno nelle proprie posizioni, unendo invece che contrapponendo le relazioni e magari riducendo il numero di alunni per classi. Contemporaneamente, la famiglia dovrebbe avere più tempo per stare insieme, cosa impossibile se il sistema economico li costringe a lavorare dalle 8 alle 20. La politica dovrebbe investire più risorse, sostenendo la scuola e la genitorialità con percorsi ad hoc».
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Viviamo in un momento in cui i genitori sono più fragili e, parallelamente, assistiamo anche ad una tendenza esagerata alla medicalizzazione dei disturbi infantili, con bambini che già in tenera età vengono etichettati come «diversi».
Lei ravvisa un abuso della parola “neurodivergenza”?
«Sì, intravedo questa anomalia. E l'ho denunciata anche nel mio libro Diversamente intelligenti. Vivere la neurodivergenza in un mondo omologato, uscito recentemente per Feltrinelli. La neurodivergenza è una cosa molto seria e non si possono costruire alibi di fronte a un differente funzionamento o percezione della realtà di bambini e giovani. Semplifico: non è che se una persona ha un pessimo carattere è necessariamente affetto da Adhd».
Sentirsi dire già in età della scuola dell'infanzia che il proprio figlio ha un disturbo dell'attenzione può creare dinamiche che vanno a modificare le vite, portando quel bambino certificato ad immedesimarsi nel ruolo che gli è stato, a volte frettolosamente, attribuito?
«Ovviamente, il rischio neurodivergenza va seriamente monitorato perché tende a mascherarsi e, se non adeguatamente riconosciuto, può tramutarsi in successivi stati di ansia o depressione. Parallelamente, sarebbe necessario non medicalizzare chi ha dei gradi di funzionamento semplicemente liberativi o di troppa vivacità che possono manifestarsi, per esempio a scuola, attraverso la difficoltà a stare fermi o attenti troppo a lungo».
Che consigli dà ai genitori alle prese con le tappe evolutive della crescita dei figli?
«Il primo consiglio è esserci, osservare i bambini. Recentemente, il collega Alessandro D'Avenia, mi ha ricordato un proverbio latino medievale che recita: “Dove è l'occhio, lì c'è amore”. Credo sia un messaggio importantissimo: dobbiamo guardare le persone che amiamo. E ciò vale per tutti gli adulti di riferimento, insegnanti compresi che dovrebbero prediligere uno sguardo che vada oltre le prestazioni e che consenta, vigilando, di capire come un bambino si comporta e cosa sta cercando di comunicare con le sue azioni. Qual è il senso di soddisfazione o di disagio che esprime?».
Qual è il modo migliore per rimproverare un bambino, senza generare in lui inutili complessi?
«Naturalmente, i bambini vanno rimproverati quando commettono un'azione sbagliata. Bisognerebbe però cercare di evitare giudizi che suonino come definitivi, parlando meno e lasciando meno spazio possibile alle prediche da sostituire col silenzio. Frasi come “sei un bambino disordinato, cattivo, sei sbagliato, non hai mai voglia di fare nulla” sono giudizi non necessari che non consentono una crescita libera. Bisogna aiutare i figli a raccontare la propria versione. Nessuna tattica, l'adulto deve semplicemente mostrarsi disponibile all'ascolto. Infine, un'ultima regola: dare delle regole. Essere genitori significa instaurare un rapporto non fra pari, ma autorevole. Non autoritario, ma nemmeno amicale. I “no” vanno rispettati. Mettere paletti non serve se poi il patto fra genitori e figli non viene osservato».
E in casi di neurodivergenze o spettri autistici?
Come aiutare le famiglie a superare lo spiazzamento iniziale fra dolore, paura e sensi di colpa?
«Ogni perplessità sul funzionamento del proprio figlio può essere affrontata innanzitutto con il pediatra, attento conoscitore della storia del bambino. In seconda battuta, non si deve aver paura di consultare eventualmente un neuropsichiatra infantile. Non servono fuoriclasse per educare, servono persone di buona volontà che dedichino tempo e attenzione ai bambini che hanno messo al mondo».
Un protagonista molto ingombrante nelle vite dei ragazzi è lo smartphone. Molti paesi europei si sono mobilitati, ponendo regole e vietando l'uso dei social prima dei 16 anni.
Qual è il legame tra l'uso massivo delle tecnologie e l'aumento delle depressioni?
«Come scrivo nel libro Adolescenti interrotti. Intercettare il disagio prima che sia tardi c'è una stretta correlazione fra le ore trascorse iperconnessi e la comparsa di disagi mentali come ansia e depressione, comportamenti autolesivi, aggressività e violenza. Questo un tema di cui la politica dovrebbe occuparsi. I patti sociali che tendono a limitare l'uso dei device sono auspicabili e sempre più diffusi, ma i genitori non possono essere lasciati soli. Servono dei provvedimenti legislativi».
E su questo fronte le famiglie chiedono aiuto?
«Sì e le richieste sono in aumento. Ci sono genitori disperati di fronte a ragazzi che diventano aggressivi o assumono atteggiamenti ingestibili se si pongono dei limiti all'uso dello smartphone. Si sta riducendo drammaticamente anche l'età in cui si lanciano i primi allarmi, persino durante la scuola dell'infanzia. Come serve un'età minima per guidare un'auto o bere alcol, allo stesso modo va posto un limite di legge per avere accesso a smartphone e social network».
Cosa suggerisce alle famiglie per insegnare ai figli un uso responsabile degli smartphone?
«Paletti imprescindibili: il telefono non si usa mai in camera a letto, durante i pasti e durante le relazioni sociali. A una certa ora tutti i telefoni di casa, anche quello di papà e di mamma, si chiudono in un cassetto e si riprendono il giorno dopo».

ALESSANDRA TESTA
giornalista, direttrice responsabile Rivista Etica "Genitori"
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