Perché proviamo ansia per i figli? Come possiamo, noi genitori, evitare di finirci dentro?

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L’ansia non è un sentimento ma uno stato emotivo complesso, un’attivazione del nostro corpo che ci mette in allerta prima ancora di diventare un pensiero.

Non è nemmeno un nemico: l’ansia è un segnale che - se ascoltato - ha certamente qualcosa da dirci su quello che stiamo vivendo. In fondo, ci ha permesso di sopravvivere come specie e ci prepara a reagire a un pericolo, anche quando non è immediato o reale.

È un funzionamento adattivo, antico e profondamente legato alla nostra evoluzione. Un esempio per tutti: siamo stati spesso in un luogo buio, con il rischio che qualche animale ci trasformasse nel “suo” pranzo… un livello di ansia adeguato ci ha permesso di dormire con un occhio aperto e uno chiuso, pronti a reagire per sopravvivere.

Ma i livelli di ansia sono presenti fin dai primi momenti della nostra vita. E meno male! Se così non fosse, il nostro corpo sarebbe un sistema davvero poco evoluto, visto che nei primi anni di vita dipendiamo esclusivamente dai genitori (o dagli adulti di riferimento) che ci sono capitati.

Questo contenuto? È Certificato!

Se sto scrivendo qui, sul blog e sulla rivista etica per Genitori, è perché l’Ente italiano “Bambini & Genitori”, la prima Community NOprofit nel panorama educativo nazionale, ha certificato l’etica di quello che stai leggendo.

Grazie al suo Comitato Scientifico, che vede nomi autorevoli come Paolo Crepet, Maria Rita Parsi, Alberto Pellai e Daniele Novara veri luminari sull’educazione genitoriale; ha ritenuto che questi contenuti seguano le linee-guida educative del terzo millennio, siano pedagogicamente corretti e propedeutici allo sviluppo degli adulti di domani, quindi buon proseguimento!

Come camminare accanto all’ansia senza farsi travolgere?

L’ansia è connessa ai sentimenti primari di paura e sorpresa, ed è normalissimo nell’esperienza educativa di genitori, avere a che fare con questi sentimenti: il pensiero di sbagliare, che i bambini possano farsi male, ecc... a volte l’ansia ci chiede di fermarci, di riflettere, di rallentare.

Certamente -e sempre- ci chiede di respirare.

Immaginiamoci a fare una passeggiata con amici e bambini di 3 o 4 anni. Stiamo camminando su un sentiero che affianca dei fossi d’acqua: il timore, la paura è che i bambini possano caderci dentro mentre corrono liberi. Che fare? Lasciamoci ispirare da quando prendiamo l’aereo: un’assistente di volo ci spiega come comportarci in caso d’incidente, dove uscire e come affrontare l’emergenza. Questo accade ogni volta, anche se tutti conosciamo le regole. Ma è proprio nella ripetizione che sta il segreto: ripetere rende pronto il nostro cervello. Quindi, immaginare l’incidente (senza renderlo drammatico) è quello che possiamo fare.

Spieghiamo ai bambini come sarà la camminata: anche se la loro attenzione ci sembra limitata, dire ai treenni come comportarsi è importante. Diremo che ci sono dei fossi, che sarà necessario camminare lontano dai bordi, perché sarebbe davvero brutto caderci dentro! Potranno camminare al centro della strada e, se qualcosa li incuriosisce ai bordi, basterà chiamare un “grande” con cui esplorare quella zona più rischiosa.

Lo ripeto spesso: possiamo impegnarci a togliere il pericolo, ma non il rischio.

Quello che ci serve è comprendere che noi adulti siamo il contesto dei piccoli e se noi siamo in preda all’ansia, loro -con il loro corpo sensibile e intelligente- si sintonizzeranno su quella percezione! Puoi approfondire leggendo: Come vediamo i nostri figli?  Siamo capaci di “essere accoglienti”?

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Quando possiamo smettere di provare ansia per i figli?

Dovremo aspettare almeno 25 anni prima che la corteccia prefrontale di un essere umano sia completata: è quella parte del cervello che ci permette di regolare impulsi, valutare le conseguenze, riconoscere i segnali di pericolo. La percezione del rischio non è innata, ma si costruisce nel tempo, attraverso l’educazione e il contesto in cui cresciamo.

Il nostro corpo ci mette tempo a scrivere in bella copia le regole per evitare i pericoli. Un certo livello di spericolatezza è necessario per “buttarsi” ed esplorare il mondo. È una questione di equilibrio tra eccessi e difetti di tutela.

È la comunicazione il vero antidoto per evitare livelli eccessivi di ansia. Sia la comunicazione tra le nostre parti interiori, sia quella con chi sta fuori di noi, considerando che anche l’altra persona avrà dentro di sé un complesso dialogo. Dialogo che, se non ascoltato, può generare una grande confusione di fondo e un ottimo terreno fertile per far crescere una grande ansia. Puoi approfondire leggendo: Comunicare bene le proprie emozioni: come insegnarlo ai figli?

E quando l’ansia diventa una compagna scomoda?

È davvero utile trovare soluzioni d’emergenza, evitando di sottovalutare il segnale o, tanto meno, assuefarsi ad alti livelli di ansia:

  • se sappiamo qual è l’ambito primario del nostro disagio (la relazione, il lavoro, il denaro) possiamo parlare con un consulente per compiere un primo passo;
  • se il disagio sembra non aver parole, in quel caso la psicoterapia può aiutarci a scavare in profondità;
  • può essere utile anche consultare uno specialista in psichiatria (anche se questa parola riecheggia ancora con pregiudizi sbagliati) per poter affrontare il problema con un sostegno farmacologico che possa alleggerire l’immediato, per farci recuperare fiato.

In tutti i casi bisogna ricordarsi di continuare a prendersi cura di sé, evitando di sottovalutare il segnale ansioso solo perché sembra andare un po’ meglio.

Ma torniamo alla camminata con il rischio che qualche bimbo finisca nel fosso… ecco, pur mantenendo la tutela ed evitando di “dimenticarci” del rischio, ricordiamoci che fare esperienza del salvataggio di un figlio caduto nel fosso può avere un suo valore.

Perché, anche se all’idea di ritrovarci tutti fradici e sporchi di fango ci viene un po’ da sbuffare, è proprio lì che scopriamo di essere capaci di affrontare rischi e difficoltà anche ben peggiori!

Vuoi approfondire? Puoi proseguire la lettura: Figli che si ribellano: cosa ci vogliono comunicare? Ecco le 3 basi per comprenderli davvero

ROBERTO SEGHI ROSPIGLIOSI
pedagogista, giudice onorario minorile

CONTATTI tel. 340.675.45.69
Instagram: @spazioermes

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