Quando la consulenza genetica è indispensabile?

La consulenza genetica ci fornisce informazioni relative alle malattie genetiche, in termini di caratteristiche cliniche, prognosi, prospettive terapeutiche ed eventuale rischio di ricorrenza in famiglia, nonché ci suggerisce i test genetici ad esse correlate da fare.

In età evolutiva le informazioni riportate dall’anamnesi familiare (definizione dell’albero familiare o “pedigree”) insieme a quelle dell’anamnesi fisiologica, in cui si raccolgono tutti i dati relativi al decorso dello sviluppo globale (cognitivo, neuro psicomotorio, emotivo, linguistico...) del bambino, dalla nascita al momento in cui lo visitiamo, vanno integrate con quanto rilevato dall’esame obiettivo generale (parametri auxologici, presenza o meno di dismorfie e/o malformazioni) e neurologico (presenza o meno di segni focali) per poter porre l’indicazione ad effettuare una consulenza genetica.

Nel sospetto clinico di una specifica malattia genetica i test genetici ci permettono di effettuare una conferma molecolare attraverso l’individuazione della mutazione nel gene o nei geni che ne sono responsabili.

Inoltre c’è la possibilità di prevedere l’insorgenza di una malattia, prima che compaiano i sintomi, quando c’è un rischio di sviluppare una malattia ad insorgenza tardiva, già presente in un familiare, in un soggetto asintomatico ricercando la mutazione del gene responsabile.

In alcuni casi la diagnosi genetica può essere, dal punto di vista tecnico, relativamente semplice, come nelle malattie causate da un numero limitato e conosciuto di mutazioni, oppure molto complessa quando ad esempio l’etero geneità genetica obbliga ad analizzare più geni o quando il gene da esaminare è molto esteso o quando le mutazioni sono “individuali”.

Talora ci possiamo trovare di fronte a dei quadri clinici in cui il sospetto che ci sia un’origine genetica è molto forte sebbene i dati a disposizione non ci orientano verso una malattia genetica nota.

L’analisi del cariotipo solitamente rientra fra le prime indagini richieste soprattutto nel sospetto di sindromi genetiche in cui ci possano essere anomalie nel numero o nella struttura dei cromosomi. In alcuni casi ad esempio in presenza di dismorfismi e/o di disabilità intellettiva, l’analisi del cariotipo con tecnica citogenetica tradizionale, a causa del suo basso potere di risoluzione, potrebbe comunque risultare normale.

Un’indagine che ha grande applicazione nella diagnosi clinica odierna è la FISH, una metodologia citochimica che consente di individuare specifiche sequenze di DNA a livello cromosomico. Tale metodica risulta limitata dal fatto che è una tecnica di “indagine mirata”; infatti permette di individuare solo mutazioni specifiche a livello di precisi loci cromosomici.

Con l’uso di una tecnica di recente scoperta l’ Array-CGH si possono invece evidenziare anomalie cromosomiche a livello dell’intero genoma in un unico esperimento, senza sapere in anticipo il tipo di alterazione da cercare.

Rispetto ad altre metodiche di indagine, come l’esame tradizionale del cariotipo, l’analisi del genoma basata su Array ha una risoluzione molto più elevata consentendo di evidenziare anomalie del DNA che normalmente non potrebbero essere rilevate ed incrementando notevolmente le possibilità di raggiungere una diagnosi certa. Inoltre, l’array-CGH permette di definire esattamente la regione genomica alterata e quindi anche i geni in essa contenuti, migliorando la comprensione delle relazioni esistenti tra variazioni del numero di copie e patologia.

Ovviamente tali informazioni hanno significativi risvolti in termini di prognosi e cura della patologia stessa.

a cura dott. ssa Mariangela Pinci
neuropsichiatra infantile