«L'ansia va trasformata in energia positiva. Genitori, chiedete aiuto!»
Maria Rita Parsi, psicoterapeuta, presidente della Fondazione Movimento Bambino onlus e colonna portante della Comunità Educante di Bambini e Genitori, il primo Ente NOprofit a sostegno delle famiglie, lancia un messaggio di speranza con cui invita a non lasciarsi bloccare dalle paure, ma a provare a trasformarle, chiedendo aiuto, in energia positiva.
Nel suo libro di psicologia La felicità è contagiosa, uscito per Piemme nel 2012, suggerisce di «affrontare l'ansia con consapevolezza e positività; un atteggiamento che può contribuire a diffondere felicità e contagiare anche gli altri», creando un ambiente più sereno e armonioso.
Le statistiche raccontano di un aumento dell'ansia nei figli già in età pre-adolescenziale. Da cosa dipende?
«Sono anni che vado dicendo che il bombardamento di informazioni negative, guerra, incidenti, omicidi, veicolate in maniera ossessiva dai media si riverbera negativamente sull'immaginario dei giovani. Questi crimini, che non rappresentano la maggioranza delle azioni umane ma che vengono costantemente enfatizzati, se non vengono decodificati possono produrre un effetto imitazione in generazioni già vittime del virtuale e della pericolosa confusione fra verosimile e reale. Una trappola che va acuendo il senso di paura e insicurezza, favorendo la diffusione di fenomeni di isolamento davanti ad uno schermo o di reazioni violente anche per futili motivi». Se vuoi approfondire, leggi: Perché i figli adolescenti diventano aggressivi e ci sfidano?
Come proteggere i figli da una società frenetica, violenta e competitiva?
«Purtroppo gli adulti, sempre con lo smartphone in mano, sono i primi a non dare un esempio costruttivo e a non accorgersi dei disagi vissuti dai propri figli». Può esserti utile leggere: Come si diventa un genitore competente?
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Quali sono i primi segnali dell'ansia di un bambino?
«Sono diversi, e anche in contrasto fra loro. C'è il bambino che si isola dal mondo, quello che diventa incredibilmente aggressivo, distruttivo, o comincia ad avere atteggiamenti di dipendenza da qualcosa. Dicevamo il mondo virtuale, ma può essere il cibo o il suo contrario: rifiutarsi di mangiare. O l'insonnia, di contro, la sonnolenza, l'apatia. E ancora: star male, avere dolori fisici che, magari non risultano a livello clinico, ma che denunciano dolore e sofferenza. Atteggiamenti o pensieri che se si sedimentano possono trasformarsi in vere e proprie patologie».
Cosa devono fare i genitori?
«Per prima cosa capire che quasi sempre le difficoltà dei figli dipendono da una disfunzionalità della famiglia in cui essi vivono e che i più piccoli mettono in scena. Assunta questa consapevolezza, devono chiedere aiuto. Fortunatamente, e questo è uno dei lati positivi del virtuale, molte informazioni possono essere raccolte anche in rete. Ma è bene, e possono farlo anche coloro che non godono di grandi disponibilità economiche, rivolgersi alle unità sanitarie, che dispongono di pediatri, psicologi, psicopedagogisti, psicoterapeuti e neuropsichiatri. Chiedere aiuto è umano ed è sicuramente più utile che vestire i panni delle vittime dei comportamenti dei propri figli. Perché i ragazzi, quando arrivano ad avere comportamenti distruttivi e aggressivi, un percorso l'hanno già bello e fatto».
Le famiglie fanno fatica a chiedere aiuto. A volte è vergogna, altre è la burocrazia, altre ancora la poca fiducia in un sistema sanitario nazionale che deve fare i conti con tagli e sottorganico.
Come rendere “normale” il percorso psicologico per i figli?
«Inserendo, come sto sostenendo ormai da 50 anni, in ogni scuola di ordine e grado, pubblica e privata, un presidio qualificato e stabile che offra un sostegno medico, antropologico, psicologico, sociologico e pedagogico ai nostri ragazzi. Lancio una provocazione: invece di spendere soldi per andare sulla luna, serve un'operazione di investimento totale sulla seconda agenzia educativa che è la scuola e che è anche il luogo in cui i segnali di disagio possono essere intercettati più "liberamente" che in famiglia». Puoi approfondire proseguendo la lettura con: Esiste un legame tra l’autostima e la possibilità di essere felici?

ALESSANDRA TESTA
giornalista, direttrice responsabile Rivista Etica "Genitori"
CONTATTI e-mail: redazione@bambiniegenitori.it
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