Come allenare i figli – soprattutto adolescenti – a gestire l’ansia? Ne parliamo con Alberto Pellai

«L'ansia è come uno specchio: si trasmette a chi ci guarda».

Nell'ultimo libro, Allenare alla vita. I dieci principi per ridiventare genitori autorevoli edito da Mondadori, il medico e psicoterapeuta dell'età evolutiva Alberto Pellai ricorda che l'ansia è «una reazione normale e comune a tutti gli esseri umani. Quando i ragazzi capiscono che anche gli adulti provano emozioni simili – spiega – si sentono più compresi e meno soli nel loro vissuto».

Il mondo è sempre più frenetico e competitivo e ciò spaventa anche gli adulti.

Come aiutare i genitori a gestire quest’ansia?

«Ripartendo da noi, cercando di regolare innanzitutto i nostri stati emotivi. Purtroppo, i genitori ansiosi rischiano di diventare spaventanti. E trasmettere i nostri timori non sarà di alcun aiuto a chi si trova nel territorio della crescita. È inoltre possibile che, soprattutto nella fase della preadolescenza, i ragazzi siano molto maldestri nella gestione delle emozioni. Sta, dunque, al genitore fare da co-regolatore».

Come metterlo in pratica?

«Ogni volta che un adolescente è fuori di sé per l'emozione che sta provando, il genitore dovrebbe essere pienamente dentro se stesso. Ed essere in grado, in ogni interazione, di mostrare stabilità. La nostra capacità di reagire alle cose è uno specchio: se l'adulto saprà restare calmo, in automatico lo sarà anche chi ha di fronte. E ancora: se davanti ad una criticità il genitore non cade, allora anche il figlio potrà restare in piedi». A questo proposito, puoi approfondire leggendo: Cosa fare quando si entra in conflitto con i figli?

E una volta passata la tempesta, che si fa?

«Si analizzeranno i segnali e i punti critici dell'evento in modo da poterli riconoscere in futuro. Sarà, dunque, indispensabile organizzare un lavoro di prevenzione per evitare o, per lo meno, essere preparati a governare la prossima crisi».

Ci fa un esempio?

«Prendiamo la classica esplosione di rabbia del genitore che interviene per spegnere il videogioco del figlio, dopo due ore continuative di utilizzo. È chiaro che se la madre o il padre interrompe l'attività ludica senza aver preparato prima il ragazzo, questo diventerà matto e scoppierà come una bomba. Se invece, ogni volta che va a videogiocare, si ripassano assieme le regole concordate, quando il metaforico timer suonerà, sarà probabilmente lo stesso ragazzo a porre fine al gioco. O quanto meno a non abbandonarsi a rabbia, frustrazione o a reazioni inconsulte simili a quelle di un drogato in crisi d'astinenza».

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Quando non si sente abbastanza autorevole da essere ascoltato, anche il genitore può entrare in frustrazione?

«Credo che nel mondo moderno la fatica più grande sia mettersi in relazione con la dipendenza dei minori dalla tecnologia; una dipendenza purtroppo da noi stessi creata. Un tempo un genitore non era costretto ad assumere il ruolo del “detox”, a governare la cosiddetta “Internet addiction”. Come vale per molte altre situazioni, però, anche in questo caso la capacità di essere autorevoli può far la differenza.

L'autorevolezza è quel dispositivo che l'adulto ha, o che dovrebbe avere, e di cui il ragazzo è decisamente sprovvisto. L'autorevolezza mette in chiaro i ruoli: chi è l'adulto e chi è il minore, chi guida e chi segue, quando è possibile fare qualcosa e quando non lo è. In questo modo il ragazzo avrà la consapevolezza che l'adulto di riferimento è l'educatore, l'allenatore in grado di accompagnarlo e di cui ha indiscutibilmente bisogno per stabilire una cornice di regole e limiti in cui muoversi. L'autorevolezza è un potere da esercitare non “sul” figlio, ma con il figlio, avendo fissato in precedenza i necessari paletti». Se vuoi proseguire, puoi approfondire leggendo: Essere un bravo educatore è possibile?


Il figlio, pur ribellandosi, quell'altolà in fondo lo aspetta?

«Indubbiamente. A mio avviso, sono due le modalità da seguire: essere fermi sulle cose importanti e accoglienti sul resto. Poi, insieme, se le motivazioni portate dal figlio sono sensate e competenti, si può anche negoziare sui “no”. Contribuendo in certi casi anche a vincere quelle paure che l'adulto ha trasformato in divieti non tanto per proteggere i propri figli ma per evitare ansia e paure soprattutto a se stesso».

ALESSANDRA TESTA
giornalista, direttrice responsabile Rivista Etica "Genitori"

CONTATTI e-mail: redazione@bambiniegenitori.it

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